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Ammazza (il) caffè

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Titolo emblematico…

Ma anche caldo, anzi bollente come la tazzina di quella nera bevanda, ricca di cultura e profonda di piacere. Nera sì, come il mio umore quando lo bevo nelle ‘versioni peggiori’. E poi debole, come la crema che sparisce annegandosi da sola nel fondo della chicchera. Annacquata, come il cervello della mano che mi ha preparato il caffè. Bruciata, come la possibilità di crescita di quel bar. Senza sfumature, come la persona che sta dietro il banco. Senza profondità, come il suo animo. Senza potenza, come la sua volontà.

E questi, purtroppo, non sono i versi della poesia di un poeta maledetto, ma quello che capita molto spesso quando voglio bere un caffè, un semplice caffè. Forse, è proprio questa diffusa visione semplicistica nell’approccio ad un mondo così ricco di cultura e valori che distorce facilmente la realtà delle cose.

E accade anche in luoghi dove le attese sono elevate, non tanto per le mie pretese, ma per come si vendono alcuni locali: ricerca e design, comunicazione e immagine e bla bla bla…

Se accade al bar, accade anche al ristorante, anche in quelli dove il menù predilige una carta di credito! Sembra cosa comune pensare a tutto, anche in quegli ambienti invecchiati più per marketing che per tempo, curare ogni aspetto, valorizzare giustamente i punti di forza, strillare menù e carte dei vini, sfilare con carrelli di distillati pregiati e… dimenticarsi del caffè. Cioè: non che non ci sia, anzi, la domanda “caffè?” è d’obbligo! È che la routine di consumarlo a fine pasto ne ha fatto perdere il valore e ancor più il suo gusto.

E così vedi macchine in mano a piloti senza patente, macinadosatori che trasudano grasso e polvere,  e anche quando la pulizia sembra esserci, perché docce, filtri e porta filtri sono sempre alla mercé dell’improvvisato di turno, ecco che i chicchi vengono trasformati violentemente in un liquido nero, senza se e senza ma, senza alcuna ragione, logica e cura, senza alcun controllo, ma con l’arrogante presunzione di servire un espresso dove di espresso c’è solo la veloce ed errata interpretazione del nobile caffè.

E così, capisco perché si chiama ammazza caffè, perché con quello che ti rifilano bisogna per forza bere qualcosa che pulisca la bocca e allontani via il più possibile il peggior ricordo che uno possa portare a casa, che sia dopo una pausa, dopo una cena o semplicemente dopo il momento di piacere che uno si vuole concedere.

Ed è lì che afferro il concetto!

Ammazza (il) caffè non è un’offerta, un invito, ma un imperativo! E a quel punto il distillato fa le veci del boia che decapita il caffè ormai agonizzante come il mio palato…

 

credit. fonte immagine: dalla rete