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Oggi non voglio tanto parlavi di una mia esperienza, quanto chiedere la vostra opinione su quella che potrebbe diventare un'esperienza collettiva oltre che uno stile di vita, mutuato ancora una volta dal Nuovo Mondo.

Inutile ricordare che l'eccellenza italiana in materia di cibo e bere bene è andata consolidandosi ed è riconosciuta a livello mondiale. Vorrei piuttosto concentrarmi sul fatto che purtroppo recentemente si sta verificando una controtendenza: se da un lato infatti la nostra cultura culinaria è esportata in tutto il mondo, dall'altro ormai anche sul nostro territorio stanno proliferando ristoranti etnici e fast-food, protagonisti di questo mio intervento. Siamo soliti vedere nei film americani manager in doppiopetto muniti di ventiquattrore che dai piani alti dei loro uffici tutti poltrone in pelle e vetrate, scendono in strada a fare pausa pranzo davanti a carrettini itineranti che vendono improbabili hot-dog stracolmi di senape (o come la chiamano loro, mustard), bevendo da quegli enormi bicchieroni di carta del caffè, o almeno bevande che hanno vagamente il suo sapore, ma meno forti e dal colore slavato. Altri propongono falafel, pastrami, donut, noodles e via dicendo. Non è sul significato del pranzo consumato in fretta e furia che vorrei soffermarmi, in quanto non è più considerabile una novità che i ritmi frenetici del giorno d'oggi abbiano imposto una (passatemi la bruttura del termine) 'sregolatezza' alimentare simile, ma piuttosto sul fatto che questa pratica si stia affermando sempre di più anche nel nostro Bel Paese. Una volta il 'paninaro' era roba solo da 4 del mattino, del dopo-discoteca, era il crogiolarsi nell'idea di distruggersi il fegato di frittura e grasso, tanto si poteva concederselo per una sera. Ora, soprattutto in vista dell'Expo 2015 di Milano e dei suoi venti milioni di visitatori in sei mesi, l'idea di carriole itineranti che servano qualunque tipo di bomba anti-proteica in giro per la città sembra farsi strada come un'opportunità concreta. Ora mi chiedo, come proposta non è male, soprattutto perché mutuata da un continente dal quale amiamo estirpare le usanze, ma al posto di hamburger e fish and chips non sarebbe il caso di proporre panini con salame di Felino, culatello di Zibello e prosciutto crudo di Parma? Perché non proporre take away di dadolata di formaggi dop e bicchieri di vino doc? Non posso non chiedermi dunque perché invece di sfruttare quest'occasione per confermarci leader nel settore alimentare, almeno in quello, ci potremmo trovare a offrire gli stessi prodotti che i nostri ospiti potrebbero reperire in qualsiasi parte del mondo. Personalmente, quando visito un paese straniero non vado in cerca di pizzerie.

Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione in merito.